venerdì 24 aprile 2026

Il genocidio ignorato - Saggio sul Genocidio degli Armeni

 

Il genocidio ignorato

Saggio sul Genocidio degli Armeni

 

 

Spesso quando sentiamo o pronunciamo la parola “genocidio”, inevitabilmente i nostri pensieri vanno a quello fatto nei confronti degli ebrei da parte del regime nazista durante la seconda guerra mondiale. Quanto ci è stato insegnato a scuola, nei lager morirono milioni di civili, nelle nostre menti torna spesso l’immagine delle persone scheletriche trovate in quei campi dopo che i tedeschi si erano ritirati, l’ingresso del campo di concentramento ad Auschwitz, Anna Frank e trasposizioni cinematografiche come Il pianista di Roman Polanski o La vita è bella di Roberto Benigni (anche se quest’ultimo ha un grosso errore, dove Auschwitz liberata da gli americani anziché dai sovietici). Il 27 gennaio è stata scelta come giornata della memoria per commemorare l’olocausto. Eppure ci sta un altro genocidio che, purtroppo, passa sempre inosservato e ha preceduto di tre decenni quello degli ebrei, uno sterminio che ancor oggi pochi paesi riconoscono e i cui carnefici continuano a negare. Quello degli armeni.

Già sotto il dominio del sultano Abdul-Hamid II, detto il Grande Khan, tra il 1894 e il 1897 fu condotta una campagna di massacri contro gli armeni nota come massacri hamidiani, in un impero reduce della sconfitta contro l’Impero Russo nella guerra del 1877-1878. Nel 1915, a quasi un anno di distanza dallo scoppio della prima guerra mondiale, l’Impero Ottomano, alleato della Triplice Alleanza, operò dei veri e propri rastrellamenti nel proprio territorio nei confronti di minoranze etniche che ci vivevano, in particolare nei confronti del popolo armeno. Il governo dei “Giovani Turchi” temeva che il popolo armeno potesse insorgere e allearsi con l’Impero Russo, allora nemico dell’Impero Ottomano poiché membro della Triplice Intesa con Francia e Regno Unito, così il governo prima liberò migliaia di detenuti dalle sue carceri che sarebbero poi divenuti membri del governo turco per attuare le deportazioni degli armeni. Con la Legge Tehchir (che in turco significa letteralmente "deportazione" o "sfollamento forzato"), approvata il 27 maggio del 1915, veniva autorizzata la deportazione della popolazione armena dell’impero, venendo emanata il 1° giugno per poi terminare l’8 febbraio del 1916 per poi essere abrogata tredici giorni dopo. Si trattava, per il governo ottomano, di una “misura speciale”, una legge temporanea adottata nei confronti della popolazione armena dell’Impero Ottomano, che conferiva ai militari un potere esecutivo solo se c'erano parti contrarie all'implementazione. Le norme e i regolamenti, inoltre, erano pubblici e condivisi con tutti i partiti politici.

 


Le deportazioni degli armeni iniziarono già il 2 marzo 1915 e anche con la scadenza della legge Tehcir, continuarono. Il 13 settembre 1915, venne approvata la "Legge temporanea di espropriazione e confisca", dove tutte le proprietà e i terreni degli armeni, dovevano essere confiscate dalle autorità ottomane. Le marce della morte, organizzate con la supervisione di ufficiali dell'esercito tedesco, coinvolsero circa 1.200.000 persone, di cui migliaia morirono per stenti, fame, o sfinimento, mentre altre migliaia di persone furono massacrate dai curdi e dall'esercito turco. Sul monte Mussa Dagh gli armeni che erano sfuggiti ai rastrellamenti e si erano arroccati lì, opposero un’eroica resistenza contro i turchi, prima di essere evacuati da una nave da guerra francese che passava là vicino per puro caso.

Questo genocidio causò almeno 1,5 milioni di morti, secondo il Patriarcato armeno di Costantinopoli tra 1.845.000 e 2.100.000, mentre i turchi minimizzano le cifre. Altre fonti come quella dello storico Arnold J. Toynbee parlano di 1.200.000 di vittime mentre gli storici stimano che siano tra 1.200.000 e 2.000.000 di morti, si parla addirittura di oltre 3.000.000 di morti, ma la cifra più accettata da molti si ferma a 1.500.000 di vittime.

 



Gli armeni chiamano questo triste capitolo Մեծ Եղեռն (Meç Eġeṙn, il grande crimine) oppure Հայոց Ցեղասպանութիւն (Hayoc' C'eġaspanowt'yown, letteralmente Genocidio Armeno), un genocidio che a differenza dell’olocausto è riconosciuto solo da una piccola parte del mondo e che la Turchia continua a negare. Addirittura per i turchi le morti avvenute durante le marce della morte non devono essere considerate genocidio ma dovuti a eventi accidentali come la morte per fame, quando è evidente che tale sterminio era mirato, secondo loro, per la simpatia degli armeni verso la Russia. Tra le giustificazioni per le morti hanno addirittura additato la colpa a delle “bande armene” e che la tolleranza che il popolo turco aveva, secondo alcune fonti turche, verso le minoranze etniche avrebbe reso impossibile questo genocidio.

 


Il Governo turco ancor oggi si rifiuta di riconoscere formale il genocidio degli armeni da parte di altri Paesi. In Turchia parlare di "genocidio" è un reato punibile con la reclusione da sei mesi a due anni secondo l'art. 301 del codice penale, che mira a punire il "vilipendio dell'identità nazionale". La legge è stata applicata anche nei confronti di personalità turche conosciute internazionalmente, come ad esempio Orhan Pamuk, il massimo scrittore turco vivente, incriminato nel 2005, e il giornalista Hrant Dink, nel 2005 condannato a sei mesi. Persone come Firat Hrant Dink, giornalista e scrittore turco di origine armena, hanno purtroppo pagato con la vita. A causa di questa posizione, tra la Turchia e i paesi membri dell’UE e la Santa Sede ci sono stati degli attriti ed è uno dei motivi per cui ha generato delle difficoltà ai negoziati per far entrare la Turchia nell’unione. Nel 2015 papa Francesco I ha dichiarato che “generalmente viene definito come il primo genocidio del XX secolo” denunciandone tutti i crimini commessi nei confronti dei cristiani.

 


Ad oggi sono solo 29 i paesi a riconoscere ufficialmente il genocidio degli armeni, tra queste ci sta l’Italia, mentre altri come la Spagna o il Regno Unito lo riconoscono solo a livello amministrativo. Oltre alla Turchia, l’Azerbaigian si rifiuta di riconoscere il genocidio stesso. E proprio l’Azerbaigian, in tempi recenti, ha condotto una guerra contro la Repubblica dell’Artsakh, nella regione del Nagorno Karabakh abitata da armeni, autoproclamatasi indipendente nel 1991, causando l’esodo di migliaia di cittadini armeni, tanto che è stata definita da alcuni la “Palestina del Caucaso”.  Antonia Arslan, scrittrice italiana di origine armena, ha così dichiarato:

“Gli storici negazionisti sostengono che non fu adottata nessuna "pulizia etnica" e che nel 1915 ormai con il mondo in guerra, due nazionalismi, quello turco e armeno, si contrapposero. E che ad avere la peggio fu quest’ultimo. Questi storici, in larga parte turchi, giustificano le deportazioni e le morti come frutto di condizioni ambientali difficili, causate da epidemie e stenti. La verità è che tra impiccagioni, fucilazioni, detenzioni, fame e malattie il numero delle vittime armene è stato calcolato intorno a un milione e mezzo. I Giovani Turchi, così chiamati per il loro programma di rinnovamento e rottura rispetto al sultanato, animati da un furioso nazionalismo furono la causa principale del genocidio.”

 


Anche il mondo del cinema e della musica non sono rimasti estranei a questo triste capitolo del XX secolo. Il gruppo musicale alternative metal dei System of a Down, i cui membri sono tutti di origine armena e hanno avuto parenti che sono morti durante il genocidio, nelle loro canzoni denunciano questo crimine. Chris Cornell, prima di morire, ha composto una canzone che tratta di questo argomento intitolata The Promise, brano utilizzato nell’omonimo film.  Tra le celebri trasposizioni cinematografiche degne di nota abbiamo La masseria delle allodole diretto dai fratelli Taviani, tratto dall’omonimo romanzo di Antonia Arslan, MayrigArarat – Il monte dell’Arca e il già citato The Promise, film girato in occasione del centenario del genocidio armeno e oggetto di trolling e votazioni negative online da parte di nazionalisti turchi per il tema trattato.

 


 Il genocidio armeno, una strage avvenuta in piena guerra mondiale, viene commemorata dagli armeni ogni anno il 24 aprile, giorno che cominciarono i rastrellamenti da parte dei turchi. Eppure questo episodio ancor oggi appare dimenticato oppure ignorato da parte dell’opinione pubblica, tanto che può essere visto come un “genocidio invisibile”, poiché non gode dello stesso spazio mediatico dell’olocausto degli ebrei. La mancanza di una memoria collettiva e di un considerevole materiale fotografico o filmati che documentano le marce della morte, dove molte persone innocenti perirono, pongono questo evento in secondo piano. Ma per fortuna ci sono state persone che, rischiando la propria vita, oltre a salvare gli armeni documentarono questo sanguinoso evento. Tra questi vanno ricordati Giacomo Gorrini, console italiano a Trebisonda che salvò gli armeni della città e fu tra i primi a denunciare gli orrori fatti dai turchi, rilasciando un’intervista al quotidiano Il Messaggero; e infine Armin Teophil Wegner, soldato tedesco stanziato nell’Impero Ottomano,  che scattò di nascosto le fotografie dei campi di sterminio e nascose i negativi nella sua cintura, disobbedendo a gli ordini dei suoi superiori che volevano occultare ogni testimonianza del genocidio, visto che Germania e l’Impero Ottomano erano alleati. E tra questi, oltre ai diplomatici stranieri e missionari occidentali, vi erano anche dei cittadini turchi e curdi, che contribuirono a salvare gli armeni.

 




Un popolo massacrato e costretto a lasciare le proprie terre, a cambiare identità e diventare turchi per poter vivere, per secoli conteso da potenze come Roma, Bisanzio o la Turchia stessa. Eppure anche loro meriterebbero molta più attenzione mediatica alla pari dell’olocausto o degli altri stermini effettuati nei confronti di altri popoli, poiché quello che subirono ha fatto sì che nel diritto internazionale si potesse codificare il reato di genocidio. Paolo Kessisoglu, del duo comico Luca e Paolo, il cui nonno paterno era armeno e cambiò il cognome da Keshishian al turco Kessisoglu per sfuggire ai massacri, ha dichiarato che purtroppo l’Armenia e il suo popolo sono visti come il “Molise del mondo”. Un popolo stupendo, la cui nazione è stata la prima ad adottare il cristianesimo come religione di stato, dalle radici millenarie, secondo la leggenda discendenti di Noè, che si trova a cavallo tra il continente europeo e quello asiatico lungo la catena montuosa del Caucaso.

La frase tratta da Ararat – Il monte dell’Arca fa molto riflettere sull’invisibilità del genocidio armeno:

“Sai cosa disse Hitler ai suoi generali per convincerli che il suo piano non poteva suscitare obiezioni? Qualcuno al mondo si è accorto dello sterminio degli Armeni?”

 





Un genocidio che non deve essere più invisibile o dimenticato. Perché non si ripeta mai più lo stesso orrore.


“Fin dalle prime deportazioni di gente strappata dai loro villaggi, il destino delle donne fu in un certo senso diverso da quello degli uomini. Questi ultimi furono brutalmente uccisi, le donne brutalmente sottomesse o accompagnate verso il nulla del deserto siriano. Furono loro a resistere e a conservare il senso di un’identità che altrimenti si sarebbe smarrita. Furono loro, nella memoria difesa, la prima luce che squarciò il buio armeno.”

Antonia Arslan

 

“Mi piacerebbe vedere qualsiasi potenza mondiale distruggere questa razza. Questo piccolo popolo di persone non importanti le cui guerre sono state tutte combattute e perse. I cui edifici sono stati sbriciolati, la cui letteratura non è stata letta, la musica non ascoltata e le preghiere non esaudite. Vai avanti, distruggi l’Armenia. Guarda se ce la fai. Poi guarda se non rideranno, canteranno e pregheranno di nuovo. Quando due di loro si incontreranno in qualsiasi parte del mondo, guarda se non creeranno una Nuova Armenia.”

William Saroyan

 

Lo sterminio di un milione e mezzo di Cristiani Armeni, che generalmente viene definito come il primo genocidio del XX secolo, e il successivo annientamento di migliaia di persone sotto il regime totalitario, sono tragedie ancora vive nel ricordo della generazione attuale.

Papa Giovanni Paolo II e Karekin II

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