domenica 12 febbraio 2017

Sulla strada dei vini corsi

Se parliamo della Corsica ci vengono in mente i suoi paesaggi mozzafiato, dalla Spiaggia di Nonza alla Scogliera di Bonifacio, passando per l’entroterra tra il silenzio dei boschi sulle montagne e l’intero Parco naturale regionale della Corsica, il suo patrimonio artistico e culturale, la cucina e tanti altri elementi che caratterizzano questa fantastica terra. Ma è anche la terra dei vini, una delle regioni vitivinicole più antiche, dove ancora oggi sono coltivati oltre 40 vitigni presenti sul territorio, soprattutto a bacca nera. Oggi, quindi, faremo un vero e proprio viaggio alla scoperta dei vini corsi, in un percorso di stampo geografico e geologico, oltre che enogastronomico.

Le prime testimonianze delle viti selvatiche presenti sull’isola risalgono a 6000 anni fa, ma è nell’Età Antica che si comincia ad addomesticare e ad allevare la vite. Secondo la leggenda furono i Greci a portare la cultura del vino più di 2500 anni fa, su consiglio di Bacco, il dio del vino della mitologia greca. Le varie dominazioni straniere hanno condizionato la fisionomia dell’isola, in particolare quella romana: infatti ai Centurioni veniva dato l’incarico di portare un bastone di legno di vite noto come Vitis, detto Bacillum Viteum, simbolo della sua autorità; non solo, per ogni castrum fondato venivano piantate le viti per poter produrre il vino e poter così tenere a bada i legionari rendendo la vita da soldato meno dura. Ma è con i pisani e con i genovesi che l’isola si arricchisce di esperienze e tendenze vitivinicole, infatti si riscontrano tante e profonde analogie vitivinicole con la penisola italiana piuttosto che con la costa francese. I vini corsi sono stati celebrati e apprezzati in tutta Europa tra il 18° e il 19° secolo, prima dell’arrivo di un parassita che ha devastato il panorama vitivinicolo europeo: la fillossera, nota anche come la peste nera delle viti.


Esemplari di Fillossera sulla radice di una vite

Per chi non lo sapesse si tratta di un parassita originario del continente americano, scoperta per la prima volta da C. H. Fitch e fu avvistata per la prima volta in Europa da J. O. Westwood nel 1863 sulle foglie e sulle radici di una vite presente nelle serre di Hammersmith presso Londra. Da allora si è diffusa in tutto il continente europeo, passando prima in Francia, Italia, Spagna e Portogallo. Questo insetto (nome scientifico Daktulosphaira vitifoliae) attacca le radici di conduzione provocando la formazione di lesioni profonde, dette tuberosità, che compromettono la funzionalità dell'apparato radicale e ne causano la morte, mentre le viti americane hanno sviluppato una resistenza genetica, anatomica e fisiologica che impedisce alle radicicole di attaccare le radici di conduzione. Questo evento ha causato una profonda crisi nel settore vitivinicolo nei due secoli scorsi e il progressivo abbandono dei vigneti. Finora l’unico modo per contrastare questo dannoso parassita è l’innesto della vite europea su quella americana: praticamente si prende la parte radicante americana, immune agli attacchi, e la parte superiore della vite europea, unendole insieme.
Fortunatamente dagli anni ’60 c’è stata una ripresa della produzione vitivinicola, grazie al rimpatrio di 17000 concittadini dalle ex colonie francesi, i quali puntarono su una produzione basata sulla quantità, anche se negli ultimi anni stiamo assistendo ad una produzione che punta anche sulla qualità. Produzione annuale che però non soddisfa né turisti né Corsi. Nel 2007, attraverso test del DNA, degli ampelografi scoperto che la Licronaxu Bianco e l’altra versione a bacca nera, il Licronaxu nero, che crescono sulla vicina isola di Sardegna, erano in realtà la vecchia varietà di Brustiano bianco, viti còrse credute estinte. Questa scoperta ha permesso per la reintroduzione del vitigno in Corsica, dove è spesso assemblato con il Vermentino, il Biancu Gentile e lo Scimiscià.


Vigneti sul litorale corso


Il clima della Corsica è generalmente di tipo mediterraneo, con estati calde e secche e inverni miti e piovosi lungo la fascia costiera, più freddi e nevosi sulle montagne dell'interno, in funzione dell'altitudine. Sulle montagne e nelle vallate sono presenti tanti microclimi, con dei venti freschi che mettono a dura prova la resistenza delle viti, le quali non vengono piantate a oltre 400 metri di altezza sull’isola. Il substrato pedologico corso è vario: sulla costa ovest abbiamo terreni ricchi di granito, dando ai vini una spiccata mineralità e una buona freschezza; a nord, dalle parti di Patrimonio, i terreni sono argillosi e calcarei e conferiscono ai vini note vegetali e carnosità; la costa orientale invece è costituita da sabbie marnose, sabbiose e alluvionali.
Come detto prima i vitigni più usati sono quelli a bacca nera, circa l’80% su una superficie di 6000 ettari, il vitigno nero più diffuso è il Nielluccio, ossia il Sangiovese, un vitigno originario della Toscana oltre ad essere uno dei vitigni italiani più diffusi al mondo (si stima che le aree coltivate col Sangiovese coprano l'11% della superficie viticola nazionale italiana), che dà origine a vini freschi, mediamente colorati, con una buona nota tannica e con una gradazione minima del 12% i rossi e Rosè un minimo di 11,5%. Si trova quasi esclusivamente in tutta la Corsica ed è particolarmente adatto a terreni ricchi di calcare, è il vitigno principale dietro i vini AOC coltivate intorno Patrimonio nel nord dell'isola. A sud la sua “roccaforte” è Porto-Vecchio, dove di solito viene miscelato. Secondo la normativa AOC a Patrimonio le uve devono essere raccolte per un rendimento che non deve superare i 50 ettolitri / ettaro. Per i Vin de Corse, che comprendono i vini di Porto-Vecchio, i requisiti di rendimento del raccolto sono più o meno gli stessi, con la sola differenza per i vini rossi che raggiungono un livello di alcol di almeno l’11,5%.
L’altro vitigno a bacca nera più diffuso è lo Sciacarello (o Sciaccarello) una varietà di uve da vino rosso italiano coltivato esclusivamente in Corsica, il suo nome deriva dal termine dialettale “sciaccarellu”, ossia “croccante”. Coltivato soprattutto nel sud-est dell’isola, dalle parti di Ajaccio e Sartene, dà origine a vini rosati e ad un vino rosso che non ha un grande colore ma è morbido, di grande bevibilità, avvolgente e molto profumato, che al naso si sentono note tostate, di pepe e caffè. È anche associato con i vini da Calvi, e nella regione di Sartène intorno Proprioano, l'uva viene mescolata normalmente e raramente viene trasformato in un vino varietale (ossia privo di denominazione o di origine). Probabilmente lo Sciacarello è una varietà di un vitigno ligure-toscano, la Pollera nera. Gli altri vitigni a bacca nera presenti sull’isola sono il Carignan, il Cinsaut, il Grenache, il Pinot Nero, il Merlot e infine il Cabernet Sauvignon.
Dei Vitigni a bacca bianca abbiamo il Vermentino (o meglio Vermentinu), soprannominato Malvoisie o “Malvasia della Corsica”, da cui si ottengono vini di gran corpo, con un elevato grado alcolico, secco e con sentori di mandorla e mela. Dall’ugni blanc si hanno piccole quantità di vini neutri e delicati, mentre dal moscato si ottengono vini aromatici, dolci e morbidi.

Produzione annuale dei vini còrsi al 2003, fonte INSEE

In Corsica sono presenti nove AOC (Appellation d'Origine Contrôlée), distribuite così:

·         Coteaux d'Ajaccio
·         Calvi
·         Cap Corse
·         Figari
·         Patrimonio
·         Porto Vecchio
·         Sartène
·         Vin de Corse
·         Muscat de Cap Corse

(Dati C.I.V.-Corse 1999)

Distribuzione geografica dei vini

 Partendo dalla parte settentrionale dell’isola incontriamo l’AOC Vin de Corse Coteaux du Cap Corse, un vino prodotto nell’omonima penisola Capo Corso (Capicorsu in còrso, Cap Corse in francese), nel dipartimento della Haute Corse. Precedentemente era distribuito in un’area più ampia, ora questo vigneto è ridotto alla sola zona di Rogliano in aggiunta a pochi altri vigneti sparsi su pendii estremamente ripidi, coltivati a terrazze. Secondo alcune fonti storiche nel 1860 c’erano tra i 1500 e i 4000 ettari di vigneti, gran parte di essi vigneti andata perduta nel 20°secolo. Oggi, ci sono pochi vigneti presenti sulla costa e nuovi vigneti di fronte alle isole Finocchiarola.
I vigneti coprono i comuni di Barrettali Brando, Cagnano, Canarie, Centuri Ersa Luri, Meria Morsiglia, Nonza, Ogliastro, Olcani, Olmeta di Capocorso, Pietracorbara, Pino, Rogliano, San Martino- di-Lota, Santa-Maria-di-Lota, Sisco, Tomino e Ville di Pietrabugno. I vini bianchi sono ottenuti principalmente dal Vermentino (Malvasia della Corsica) assemblato col Biancu Gentile, la Codivarta, il Genovese e Ugni Blanc (Rossola), mentre per i vini rossi e rosati abbiamo il Grenache, il Nielluccio e lo Sciaccarello assemblato con l’Aleatico, ma non mancano il Barbarossa, il Carcajolo nero, il Carignan, il Cinsault, il Mourvedre, il Syrah e il Vermentino, da quest’ultimo è possibile ottenere i vini rosati unendo il mosto rosso e il mosto bianco.
La produzione annuale non supera i 35 ettari e produce solo 965 hl /anno, di questi 505 i vini bianchi, 315 i rosati e 145 i rossi. La natura dei terreni scisti argillosi e le caratteristiche climatiche sia oceaniche che montane, in aggiunta alla la forte irradiamento solare, rendono possibile lo sviluppo di questi vini bianchi ottenuti dal Vermentino della famiglia della Malvasia. Il colore va dal giallo verdolino brillante al giallo dorato, al naso si presenta con una grande finezza e con note floreali fresche, dal gusto secco, morbido ed elegante. I vini bianchi si abbinano bene a piatti a base di pesce, in particolare a molluschi e crostacei, i rossi con carne di cacciagione e in particolare al cervo, mentre i rosè con carni bianche grigliate. Da segnalare la Fiera del Vino a Luri "Fiera di u Vinu" che si svolge ogni anno.

Una bottiglia di vino rosso AOC Coteaux-du-cap-corse

In questa regione è presente anche l’AOC Muscat du Cap Corse, prodotto nelle 17 comunità presenti sull’estremità nord dell’isola: Barbaggio, Barrettali, Cagnano, Centuri, Ersa, Farinole, Luri, Meria, Morsiglia, Oletta, Patrimonio, Pietracorbara, Poggio d’Oletta, Rogliano, Saint-Florent (sulla riva destra di Aliso), Sisco e Tomino. Si tratta di un Vin Doeux Naturel (vino dolce naturale) dotato di buone doti di fragranza freschezza gustativa, ottenuto dal Moscato Bianco, un vitigno originario della Grecia oltre ad essere uno dei più diffusi al mondo, basti pensare che viene coltivato anche in Argentina, in Australia e persino in Germania. Ottimo da abbinare a dolci e formaggi erborinati. AOC riconosciuta molto recentemente, il 19 novembre 1997, la produzione annuale è di circa 2815 hl.


Bottiglia di AOC Muscat du Cap Corse

Il Rappu si può dire la punta di diamante di queste zone, visto che si tratta di una rara specialità prodotta in quantità piccolissime dall’Aleatico e dal Grenache. Tradizionalmente veniva elaborato da ogni famiglia per celebrare le grandi occasioni e a volte come ricostituente gradevole. Il Rappu si ottiene da uve appassite e si fa fermentare in presenza dei raspi, direttamente sulla vite o in cassette, processo poi interrotto con l’introduzione di Acquavite quando il residuo zuccherino raggiunge i 100g/l. L’invecchiamento va dai tre ai cinque anni e si ottiene un vino dal colore rosso granato tendente al mogano, al naso si sentono profumi di frutta cotta e confettura, ciliegia sotto spirito e speziature, in bocca si avverte una gradevole morbidezza e un finale poco amarognolo.


Calice di Vin Rappu

Nella zona di Bastia si produce l’AOC Patrimonio, la prima dell’isola e una delle migliori, riconosciuta nel 13 marzo del 1968. Il vitigno principale è il Nielluccio, considerato dai produttori autoctono, viene coltivato su suoli calcarei e argillosi. I vitigni vengono protetti dai venti a nord dalle montagne circostanti, mentre il vento asciuga le bacche in caso di pioggia, mentre nei periodi di siccità estiva viene compensata dall’umidità marittima, garantendo così delle annate sane; ma abbiamo anche il vermentino per quanto riguarda i vini bianchi. L’aria fresca notturna, poi, fino ai 1000 metri garantisce un ottimo clima equilibrato. I vigneti sono diffusi in sette aree: Patrimonio stessa, Barbeggio, Saint-Florent, Farinole, Oletta, Poggio d’Oletta e Santo Pietro di Tenda, per un’area complessiva di 409 ettari. Ogni anno si producono 16 685 ettolitri, di questi 8410 sono rossi, 5700 rosati e 2575 bianchi.
Al naso il vino presenta un profumo declinato su note fruttate di marasca e leggere note vegetali, mentre in bocca si ha un attacco gustativo che gioca sulle durezze e una buona propensione all’invecchiamento. È previsto anche il Vermentino con sentori di erbe aromatiche, di buona struttura e sapidità che evolve nel giro di due anni. Infine abbiamo il rosé, assemblato con tre vitigni (Nielluccio, Grenache e Syrah) che al naso richiama piccoli frutti rossi e la melagrana, mentre in bocca è fresco e piacevole, ottimo da abbinare ai ravioli al Brocciu. 

Vigne AOC Patrimonio nei pressi di Saint-Florent

Nella zona nord-occidentale di Balagne, nei pressi dell’omonima cittadina di Calvi, viene prodotto l’AOC Calvi, creata nel 1976, un vino già apprezzato da Seneca. Si estende su una superficie di 276 ettari, per una produzione annuale di circa 8500 ettolitri (4155 per i rossi, 970 i bianchi e 3375 i rosè), i vigneti utilizzati sono lo Sciacarello, il Nielluccio e il Vermentino, in passato coltivati lungo terreni scoscesi mentre oggi sono più diffusi lungo la piana alluvionale del torrente Figarella, coprendo di fatto i territori dei comuni di Belgodère, da Calenzana a Calvi e Ile Rousse  Algajola, Aregno Avapessa, Belgodère, Calenzana, Calvi Cateri Corbara, Costa, Feliceto, Galéria L'Ile-Rousse Lama, Lavatoggio Lumio, Manso, Moncale, Montegrosso, Monticello, Muro, Nessa, Novella, Occhiatana, Palasca, Pietralba, Pigna, Sant'Antonino, Santa Reparata di Balagna, Speloncato, Urtaca, Ville-di-Paraso e Zilia. Gli altri vitigni usati per i vini rossi e rosati sono il Grenache, il Cinsault, il Mourvèdre, il Barbossa, il Syrah e il Carignan, mentre per il bianco sono l'Ugni Blanc e Vermentino. Il tutto su un’area di 276 ettari.

I vini rossi vengono serviti a temperatura di servizio che va dai 14 e i 16 gradi, quelli affinati per  3-4 anni sono noti con la denominazione "Calvi rosso Sciacarella ", mentre quelli affinati 6-7 anni vengono chiamati "Calvi rosso Nielluciu ", si abbinano bene con piatti a base di carne selvaggina; i  vini rosati  vengono invece serviti a temperatura servizio tra 8 e 10 gradi e si abbinano bene con carni bianche, carni grigliate e con i salumi (charcuterie) come ad esempio Charcuteries allemandes (salumi tedeschi), prosciutto crudo e salame; infine abbiamo i vini bianchi, anch’essi serviti a temperatura ambiente tra 8 e 10 gradi, si adattano bene con piatti a base di pesce come ad esempio frutti di mare, crostacei e  coquillages.

Affinamento di AOC Calvi in Cantina

L’AOC Ajaccio, riconosciuta ufficialmente il 3 Aprile del 1984, è quella più estesa della costa occidentale, situata in un posizione elevata che contribuisce a rinfrescare il clima. Il terreno è granitico, mantenendo di fatto le basse le rese dei vigneti, ottenendo così dei vini discreti. Il vitigno principale è lo Sciacarello, ma si usano anche altri vitigni per poter assemblare i vini: Vermentino (malvasia dalla Corsica), Biancu Gentile, Codivarta, Genovese e Ugni Blanc (Rossola) per i vini bianchi; Barbarossa, Nielluccio, Sciaccarello, Vermentino (malvasia dalla Corsica), Aleatico, Carcajolo Nero, Carignan, Cinsault, Grenache e Minustello per quanto riguarda i rossi e i rosati.

Area di produzione è distribuita nei comuni di Afa, Ajaccio, Alata, Albitreccia, Ambiegna, Appietto, Arbori, Arro, Bastelicaccia, Calcatoggio, cannella, Carbuccia Cargèse, Casaglione, Casalabriva, Cauro, Coggia, Cognocoli-Monticchi, Coti-Chiavari, Cuttoli-Corticchiato, Eccica-Suarella, Grosseto-Prugna, Ocana Peri, Piana, Pietrosella, Pila-Canale, Saint-André-d'Orcino Sari d'Orcino, Sarrola-Carcopino, Serra-di-Ferro, Tavaco, Valle-di- Mezzana, Vero, Vico e Villanova, per un totale di 242 ettari.

La produzione annuale è di circa 12490 ettolitri, di questi 5085 i vini rossi, 4850 i bianchi e 2555 i rosati. I vini rossi si presentano con un rosso rubino mediamente intenso, al naso si sentono note erbacee di maquis e macchia mediterranea, di buona struttura e tannini un pò vegetali, ottimi da abbinare con carni rosse alla griglia, piccola selvaggine, pollame, arrosti e con il Brocciu; i vini bianchi invece si presentano freschi e fragranti, da abbinare a frutti di mare e pesce alla griglia; infine i rosati, che hanno note di ciliegio e garofano, si sposano bene con salumi e piatti a base di pesce.

Una bottiglia AOC Ajaccio rossa


Il nostro viaggio alla scoperta dei vini della Corsica giunge infine nelle regioni meridionali dell’isola, dove si trovano le AOC Vin de Corse Figari, Porto Vecchio e Sartène.

Nei pressi dello Stretto di Bonifacio crescono i vigneti ritenuti i più antichi dell’isola, attestata almeno dal V° secolo a.C., su una superficie di circa 130 ettari, caratterizzata da terreni granitici. Il vento che si precipita attraverso il Golfo di Figari è molto favorevole ai vitigni, in particolare a quelli rossi.
I vigneti sono diffusi nei comuni di Figari, Monacia-d'Aullène e Pianottoli-Caldarello. Qui crescono bene il Grenache e lo Sciacarello che danno origine a vini semplici e piuttosto rustici, ma troviamo anche il Nielluccio, il Barbarossa, carcajolo nero, il Carignan, il Cinsault, il Mourvèdre e il Syrah. I vitigni bianchi sono il Vermentino assemblato anche con il Biancu, il Gentile, la Codivarta, il Genovese e Ugni Blanc. La produzione annuale è di 4935 hl, di questi 2835 di vino rosso, 1495 di rosè e 605 di vino bianco. Al naso i rosati si presentano con note di caprifoglio, rosa selvatica, bruyère e pepe, i bianchi hanno profumi che richiamano a biancospino, mandorle e frutta tropicale, per quanto riguarda i rossi invece ci sono richiami a Frutti rossi, frutti neri e sottobosco.

Bottiglie di vino rosè AOC Figari

 A Porto Vecchio si ottengono vini rossi ben predisposti per l’invecchiamento e con note fruttte e di sottobosco, mentre i vini bianchi sono freschi e fruttati, da degustare in uno dei piccoli ristoranti presenti sulla vielle ville, abbinati con Terrina alle castagne i rossi e méli-mélo de roches con pesce di scoglio rosolato in padella. I vigneti coprono i comuni di Bonifacio, Conca, Lecci, Porto-Vecchio, San-Gavino-di-Carbini, Sari-Solenzara Sotta e Zonza, su dei terreni molto favorevoli per la vite: calcare nella zona sud, granito con rocce arenarie, calcari marnosi. I vini bianchi sono ricavati principalmente dal Vermentino assemblato col Biancu Gentil, la Codivarta, il Genovese e Ugni Blanc; mentre i vini rossi e rosati si ottengono principalmente dal Grenache, il Nielluccio e lo Sciaccarello (50% come minimo), quest’ultimo assemblato dall’Aleatico, non mancano il Barbarossa, il Carcajolo nero, il Carignan, il Cinsault, il Mourvedre, il Syrah, il Morrastel (10% max) e infine il Vermentino usato per ottenere dei vini rosati. La produzione annuale è di circa 3430 hl, di questi 1405 sono di vino rosso, 655 di vino bianco e 1370 di rosé.

Enoteca a Porto Vecchio, dove si può gustare un Vermentino fresco e fruttato al momento dell’aperitivo

Nei pressi di Sarténe i vini rossi hanno spiccate note fruttate che richiamano ai frutti di bosco e dalla buona struttura, mentre i bianchi hanno note odorose sottili di Biancospino, mandorle, frutta tropicale e sono fini. Riconosciuta ufficialmente il 2 aprile 1976, è separata dalla AOC Ajaccio dal fiume Taravo (ad eccezione di un piccolo trabocco a monte) e termina in prossimità del Leone di Roccapina. Le viti sono piantate sulle pendici del dell'Ortolo o Rizzanese.
L’area di coltivazione dei vitigni è distribuita nei comuni di Arbellara, Belvedere-Campomoro, Bilia, Fozzano, Granace, Grossa, Giuncheto, Loreto-di-Tallano, Mela Olmeto, Olmiccia, Propriano, Santa-Lucia-di-Tallano, Sartène, Sollacaro e Viggianello, per un totale di 163 ettari. La produzione annuale è di 6505 hl, 3665 di vino rosso, 905 i bianchi e 1935 i rosati.
I vini bianchi sono ricavati principalmente dal Vermentino assemblato col Biancu Gentile, la Codivarta, il Genovese e Ugni Blanc; mentre per i vini rossi e rosati abbiamo il Grenache, il Nielluccio, lo Sciaccarello assemblato con l’Aleatico, il Barbarossa, il Carcajolo nero, il Carignan, il Cinsault, il Mourvedre, il Syrah e il Vermentino.
I vini devono soddisfare le seguenti condizioni:
·         Essi devono, da un lato, provenire da mosti rispettivamente che hanno residui zuccherini non inferiori a 207 g per litro per i vini rossi e 195 grammi per litro per i vini bianchi e rosati; dall'altro, dopo la fermentazione, devono essere presenti gradazioni alcoliche non inferiore a 11,5° per i rossi e 11° per bianchi e rosati.
·         La resa di base è fissato a 50 ettolitri per ettaro di vigna.
·         La densità d'impianto per ettaro non deve essere inferiore a 3000 piedi.
·         I vini devono essere vinificati in conformità degli usi locali, è quindi vietato l'uso di presse continue.
·         Questi vini non possono essere messe in commercio con la denominazione AOC senza un certificato rilasciato dall'Istituto Nazionale delle denominazioni d'origine.

Vitigni nei pressi di Sartène.


 Infine, the last but not the least, ci ritroviamo la generica AOC Vin de Corse che include tutte le zone viticole senza riferimenti precisi a determinati territori, concentrate soprattutto nella costa orientale dell’isola. I vini vengono consumati soprattutto d’estate e proposti ai turisti in suggestivi ristoranti a strapiombo su mare, i bianchi vengono abbinati con pesce alla griglia e frutti di mare crudi, i rosati sono più strutturati e si sposano mene con Bouillabaisse e Bourride, uno stufato di pesce, mentre i rossi speziati si accompagnano bene con lepre e agnello al forno.

Vitigni presso la Réserve du Président à Tallone



















domenica 5 febbraio 2017

La Geografia nei videogames

A primo impatto questo articolo sembrerà provocatorio e privo di senso a molti di voi. Vi chiederete che cosa c’entri la Geografia con i videogames, due argomenti assolutamente differenti tra loro e incompatibili.

Così sembra. Eppure qualcuno ha già affrontato questo tema “delicato”.

Durante il 57° convegno nazionale AIIG tenutosi a Sanremo nel 2014 il sig. Benedetto Zanaboni ha presentato un suo contributo lavorativo, intitolato “Geo-videogames: videogioco, studio della Geografia e Scuola Primaria.”, sostenendo che ci sono molti punti di contatto tra studio della geografia e videogame dal punto di vista delle abilità richieste e quello dei contenuti,  nei dei videogiochi sono richieste capacità di organizzazione visuo-spaziale, di orientamento, di calcolo di itinerari e percorsi, oltre a saper interpretare la mappa dell'area di gioco e saper  creare delle mappe mentali e riconoscere punti di riferimento.

Nel suo articolo egli sostiene che “un altro aspetto che lega videogioco e geografia è quello del simbolico: nel gioco, così come nella carta geografica, si trovano elementi che vengono rappresentati attraverso scritte, colori, segni grafici etc. Il giocatore, e allo stesso modo chi è impegnato a leggere una carta, è perfettamente consapevole che gli indicatori sono presenti solo come aiuto nella decodifica e che hanno valore puramente simbolico. Inoltre, spesso nelle confezioni dei giochi vengono allegate delle mappe che rappresentano l'area da esplorare: sono a tutti gli effetti delle vere e proprie carte geografiche con simbologie appropriate, nomi di città, rilievi, fiumi etc. (tanto per fare un esempio: nel gioco di ruolo Skyrim esistono sia una carta fisica che una politica, nella quale sono rappresentati i vari reami)”.

Basandosi su RPG maker, un game editor che permette di realizzare di giochi di ruolo in due dimensioni, è stato creato il gioco della “caccia al tesoro”, grazie al quale i bambini seguono un percorso e si cimentano da Geografi, eseguendo semplici ma fondamentali compiti che richiedono la conoscenza dei punti cardinali o i simboli delle caratteristiche fisiche in una mappa e, cosa importante, l’esplorazione del territorio circostante. 


Particolare del gioco “caccia allo scrigno”



Non nego che questa tesi mi abbia stupito e sulle prime lasciato un po’ perplesso, finora l’unico approccio alla Geografia per i bambini lo avevano fatto il Prof. Gino De Vecchis e la Prof.ssa Daniela Pasquinelli con alcune classi della scuola primaria e secondaria, ricorrendo a esercitazioni in classe finalizzate all’orientamento: i punti cardinali, l’utilizzo della bussola e coordinate geografiche e saper realizzare delle mappe mentali, la consapevolezza di muoversi e orientarsi nello spazio circostante e in seguito estendere la propria mappa al territorio italiano e a spazi più lontani, per poi infine arricchirla e organizzarla in modo significativo circa l’ambiente vicino, della regione amministrativa di appartenenza, dell’Italia, dell’Europa e infine del mondo. 

Non sono mancate anche esercitazioni molto singolari e curiose, basate sulla rappresentazione dell’aula della classe (una sorta di “mappa” geografica) e del proprio quartiere di residenza, in modo da creare un primo approccio alla Cartografia, elemento essenziale per la Geografia.


La Geografia oggi a scuola


Ormai i videogames sono entrati a far parte della nostra vita, soprattutto quella dei bambini e degli adolescenti, nonostante ciò continua a perdurare un atteggiamento negativo nei loro confronti, accusati di portatore messaggi sbagliati e dannosi, cosa purtroppo vera per alcuni di essi (vedi GTA, per esempio), creatori di dipendenza dal gioco.

Secondo Benedetto Zanaboni, un approccio “integrato” può aiutare a capire che i videogiochi possono essere, assieme alle nuove tecnologie, degli strumenti utili per l’educazione ai bambini e ai ragazzi, da affiancare a gli insostituibili ausili “classici”. Negli ultimi anni sono comparsi alcuni giochi e applicazioni a tema geografico, anche se al momento non sono molto richiesti come quelli di calcio o gli sparatutto, i quali godono di una popolarità e considerazione assai solida. Finora l’unico videogame in grado di occupare un posto alto nella classifica dei giochi apprezzati è la serie “Civilization”. 


Schermata del primo Civilization



Il giocatore, dopo aver scelto il tipo di mappa, il numero di giocatori, la difficoltà e una certa civiltà, prova a costruire un impero in competizione con un certo numero di altre civiltà, partendo dalla preistoria fino ad arrivare all'era digitale. Il giocatore avrà all'inizio due unità, un colono e un'unità guerriero, che in seguito diventeranno di più, due di questi (scout e nave) avranno il compito di muoversi ed esplorare il territorio circostante, contribuendo così a disegnare una mappa geografica. Ogni casella è caratterizzata da un elemento rappresentato da un simbolo ( elemento essenziale per una carta geografica), il giocatore espande il suo impero mentre si contende i territori con le nazioni rivali, utilizza la Geografia, sviluppa infrastrutture e incoraggia il progresso scientifico e culturale, tra i quali la Cartografia. 

Nel corso di questi 26 anni la serie Civilization si è arricchita di elementi e opzioni, in particolare l’ultimo capitolo della serie è di forte vocazione geografica: se fino a Civilization V il mondo veniva rappresentato in piano e come globo terrestre man mano che si cambiava la visuale, nel VI tutta la superficie terrestre viene riportata solo su una carta geografica, piccola o grande che sia; inoltre il menù principale ha come sfondo la Nova Totius Terrarum Orbis Tabula di Hendrik Hondius e la parte della terra non ancora esplorata viene rappresentata come un’antica carta geografica.

Non mancano gli elementi italiani, questa volta più numerosi: nel trailer del gioco si vede uno dei protagonisti studiare una carta geografica raffigurante la Corsica, la Sardegna e parte della penisola italiana; in seguito la scena si sposta dopo molti anni e mostra un mercante veneziano che giunge in Cina presso la grande muraglia, il tema principale (la musica) composto da Christopher Tin (già autore di “Baba Yetu” per Civilization IV) si basa sul “Sogno di volare” di Leonardo da Vinci ed è cantata in italiano; tra le civiltà giocabili c’è Roma, presenza fissa dal primo capitolo, con Traiano come nuovo leader (nei precedenti era Cesare), poi ci sta il leader italo-francese Caterina de Medici per la Francia e infine tra i monumenti da costruire ci stanno il Colosseo e l’Arsenale Veneziano.


Schermata dell’ultimo capitolo della serie Civilization. Si noti che la terra virtuale viene raffigurata su una carta geografica.


Ciò che rende Sid Meier's Civilization un bel videogame di stampo geografico non è una singola meccanica o la sua capacità di tenerti incollato allo schermo turno dopo turno, ma il coinvolgimento nell’esplorare il territorio circostante, ciò che ha sempre fatto l’essere umano fin dai primi albori della civilizzazione: spinto dalla curiosità, un sentimento, un desiderio che ci ha spinto a scoprire il territorio, muoversi intorno allo spazio non solo vissuto, sentendo poi il bisogno di raffigurare il mondo e trasmettere così le nostre conoscenze alle generazioni future, arricchendo così la Cartografia e studiando la disciplina più bella di tutte: la Geografia. 


Un videogame che, pur essendo in parte storico, contribuisce ad avvicinare i piccoli alla Geografia




giovedì 17 novembre 2016

Il Corso: lingua o dialetto?

Nel corso dei secoli si sono succeduti in Corsica tanti popoli: Greci, Etruschi, Cartaginesi, Romani, Pisani, Genovesi e da oltre duecento anni i Francesi. Dominata per sette secoli da Roma, 240 anni dalla Repubblica di Pisa e da Genova dal 1295 fino al dominio Napoleonico, dal 19° secolo l’isola è territorio francese, anche se il Nazionalismo Corso non ha mai smesso di lottare per l’indipendenza dell’isola e nonostante si sia un pò affievolito, potrebbe rinvigorirsi grazie ai recenti tentativi dei popoli Scozzesi e Catalani di staccarsi rispettivamente da Regno Unito e dalla Spagna. Pur essendo territorio francese, geograficamente parlando è un’isola italiana. E se formalmente la lingua ufficiale è il Francese, per loro lo è quella Corsa (corsu), anch’essa italiana, appartenente al gruppo Toscano. Ma si può considerare una lingua alla pari del Sardo e del Friulano? Oppure è semplicemente un dialetto? Formalmente si tratta di un dialetto, non rientrando tra le prime 100 lingue al mondo a causa del basso numero di locutori, ma per i Corsi è la loro lingua ufficiale, è parte della loro identità, della loro storia e della loro cultura. Andiamo a scoprirla insieme.
La diffusione geografica della lingua Corsa

Non sappiamo molto a proposito del sostrato linguistico prelatino degli antichi abitanti della Corsica pre-romana, ma conosciamo alcune radici rimaste nei toponimi e nel lessico (KAL/KAR: Calanca, Calacuccia; KOR: Corsica, Corte; KUK: Calacuccia, TAL/TAR: Taravo, Tallano; TEP: teppa; TAV: Tavignano, Tavera). Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente cominciò la formazione dei primi volgari in Corsica con caratteristiche linguistiche di tipo conservativo, di cui è rimasto un retaggio nelle parlate della zona meridionale dell'isola. Dall’XI secolo la situazione cambiò fortemente, soprattutto nella parte nord dell'isola dal contatto diretto con i dialetti toscani di tipo pisano e anche a seguito dai tentativi di ripopolamento effettuati dai dominatori Pisani. Dal XIII al XVIII secolo i Pisani vennero sostituiti dai Genovesi, i quali insediano interi borghi di lingua Ligure come Bonifacio e Calvi, ma mantennero l'utilizzo del toscano illustre come lingua scritta e di cultura, nonostante avessero introdotto un notevole influsso genovese nei dialetti locali; ciò spiega il motivo per cui l'unica lingua utilizzata nelle comunicazioni scritte è stata l'italiano e ancor prima di esso il latino. Nel XIV e XV secolo comunque diversi atti e testi redatti apparentemente in volgare toscano da personalità e scrittori còrsi rivelano in realtà la situazione linguistica dell'isola nel periodo: si vedano i Cartolari della diocesi del Nebbio della metà del XIV secolo in dialetto Toscano corsicizzato. Sono degne di nota le opere scritte in volgare còrso: Deposizione del rettore della chiesa di San Nicolò di Spano di Iohanni Provintiale del 1400, uno dei più antichi testi Corsi, la Lettera ai protettori delle compere del Banco di San Giorgio del vescovo di Ajaccio Jacopo Mancoso del 1480, la Lettera di prete Polino da Mela ai protettori del Banco di San Giorgio del 1489 e Lettera dall'esilio di Giovanpaolo Leca, conte di Cinarca, ai figli del 1506. Dopo l'annessione francese del 1789 è il francese a venire adottato come lingua ufficiale soppiantando l'italiano verso la fine del secolo. Il Còrso è sempre stato trasmesso oralmente e la codificazione scritta avvenne solo in epoca recente e risente inizialmente del forte influsso italiano e francese. Il primo testo pubblicato in còrso sono le strofe di U sirinatu di Scappinu nel testo Dionomachia (1817) di Salvatore Viale (1787-1861). A partire dalla seconda metà del XIX secolo si susseguirono le opere del vescovo di Ajaccio Paul-Matthieu del La Foata (Poesie giocose, in lingua vernacola della Pieve d'Ornano), le Cummediôle di Petru Lucciana(1832-1909) tra cui In campagna, cummediôla in 2 atti, Francesco Domenico Falcucci con il Vocabolario dei dialetti della Corsica (pubblicato postumo solo nel 1915 e che introduce i gruppi ghj e chj a indicare le sonorità caratteristiche delle parlate còrse) e Santu Casanova (1850-1936) con la rivista A Tramuntana (1896-1914). Sorse il problema della normalizzazione dell'ortografia della lingua scritta che occupò i linguisti còrsi per tutto il XX secolo. All'inizio del secolo le pubblicazioni periodiche A muvra (1920-39) e L'annu corsu (1923-36) poi rinominata L'Année Corse(1937-39) e dopo la metà del Novecento U Muntese (1955-72). Tra gli scrittori che hanno contribuito alla normalizzazione del còrso scritto abbiamo Pascal Marchetti (1925-), l’autore di Intricciate e cambiarine, del manuale di lingua corsa Le corse sans peine/U corsu senza straziu e del dizionario còrso-francese-italiano L'usu corsu. Il 17 maggio del 2013 l'Assemblea della Corsica ha votato per la co-ufficialità del Còrso e del Francese , ma contro tale voto si è espresso il ministro degli interni Manuel Valls, affermando che "il Francese è la sola lingua ufficiale" e pertanto non esiste nessuna co-ufficialità tra Còrso e Francese nell'isola, rendendo la norma anticostituzionale dal Consiglio costituzionale; il presidente francese Francois Hollande, durante la visita per il 70º anniversario della liberazione dell'isola dai nazisti, vede la modifica della costituzione per la co-ufficialità un processo lungo, anche se non ha nascosto aperture future per cambiare la costituzione e rendere possibile il bilinguismo nelle varie regioni francesi. Di fatto viene riconosciuta come lingua solo in Italia con la Legge n.482/1999 e in Sardegna con la L.R. n.26/1997 .
Indicazioni in Còrso

In Francia viene classificata come una lingua autonoma nel gruppo delle lingue Neolatine, nel sottogruppo delle lingue italo-romanze ed è riconosciuta come lingua regionale della Repubblica Francese. Essendo strettamente imparentata con i dialetti italiani del gruppo centrale Toscano, tanto che ha conservato diverse caratteristiche dei dialetti medioevali toscani ancora parlati in Garfagnana e altra Versilia, presenta anche dei legami con la lingua Ligure, anche se in misura minore. il Còrso viene parlato da circa 90/100.000 locutori su 275.000 abitanti dell'isola, molti di questi ultimi sono di madrelingua Francese, ai quali si aggiungono le popolazioni emigrate nelle altre regioni della Francia per un totale di 133.000 individui, nonché in altre nazioni, quali ad esempio i Galluresi il cui numero di locutori stimati ammonta a circa 80.000 unità, sui circa 120.000 abitanti della Gallura. Secondo un censimento dell'aprile del 2013 la lingua Còrsa in Corsica ha un numero di locutori tra 86.800 e 130.200 su 309.693 abitanti, la fascia di popolazione che ha un livello buono di conoscenza della lingua oscilla tra un minimo del 25% nella fascia d'età tra i 25 e i 34 e il massimo del 65% nella fascia d'età oltre i 65 anni; quasi un quarto della popolazione tra i 25 e i 34 non capisce il corso mentre solo una ristrettissima minoranza di anziani non capisce il còrso, il 32% della popolazione della zona settentrionale lo parla abbastanza bene, come anche il 22% della popolazione della Corsica del Sud, mentre il 10% della popolazione della Corsica parla solo francese. Il 62% parla sia francese che còrso, invece solo l'8% dei còrsi sa scrivere correttamente in lingua corsa mentre circa il 60% della popolazione non sa scrivere in còrso, il 90% della popolazione còrsa è favorevole a un bilinguismo còrso-francese, il 3% vorrebbe che il còrso fosse l'unica lingua ufficiale in Còrsica e il 7% solo il francese.

Le varianti linguistiche del Còrso

Il Còrso presenta una certa omogeneità ma si suddivide in due varianti, seguendo la catena centrale dei monti e in funzione della conformazione geografica dell'isola, con una dividente che passa lungo la linea che unisce Ajaccio e Calcatoggio, a nord di Bocognano, Col de Vizzanova, a sud di Ghisoni sul Col de Verde e a sud di Ghisonaccia. il Còrso del Nord o Cismontano (cismontincu o supranu o supranacciu) costituisce la variante più diffusa e standardizzata dell’isola, viene parlato nella zona nordoccidentale nei distretti di Bastia (Bastia) e Corte (Corti) e potrebbe rientrare tra i dialetti toscani, essendo la parlata più vicina all'italiano standard rispetto a qualunque dialetto italiano. Ai margini della dividente vi è una zona transizione con alcune caratteristiche assimilabili a ciascuno dei gruppi, nonché per altre particolarità locali. Sono di transizione tra i dialetti Cismontani quelli della zona tra Piana a Calcatoggio e della Cinarca con Vizzavona (che presentano ad esempio esito verbale in chjamarìa come al sud), Fiumorbo tra Ghisonaccia e Ghisoni (fiumorbacciu, che presenta la cacuminale) e tra quelli pomontinchi l'aiaccino, in aggiunta ai dialetti della Gravona (che nella parte meridionale sono spiccatamente pomontinco), il bastelicaccio (che sarebbe pomontinco ma presenta alcune particolarità con il suo tipico rotacismo: Basterga) e il dialetto di Solenzara. Il Còrso del Sud, detto Oltramontano (pumontincu o suttanu o suttanacciu), è la variante più arcaica e conservativa, parlata nei distretti di Sartena (Sarté) e Porto-Vecchio (Porti-Vechju), analogo al Sardo, conserva la distinzione delle vocali brevi latine ĭ e ŭ (es. pilu, bucca) oltre ad avere suoni cacuminali in -ll→-dd- [es. aceddu (uccello), beddu (bello),quiddu (quello), ziteddu (ragazzo)]. La lingua parlata ad Ajaccio (Aiacciu) presenta caratteristiche di transizione, mentre sono pomontinchi i dialetti del Taravese (Taravesu), del Sartenese (Sartinesu), dell'Alta Rocca (Rucchisgianu) e della regione meridionale tra Porto Vecchio (Portivechjacciu) e l'entroterra di Bonifacio. Al di fuori della Corsica, nel nord della Sardegna, si parlano anche dei dialetti risultato di una transizione corso-sardo: il Maddalenino (parlato esclusivamente nell'isola della Maddalena) presenta affinità con i dialetti di Bonifacio e Porto Vecchio in aggiunta a una influenza genovese; il Gallurese (parlato nella zona di Tempio Pausania in Gallura) che è affine al Corso Oltramontano; il Sassarese ( parlato a Sassari, Porto Torres e Castelsardo) è accomunato nella struttura e grammatica al gallurese e al Corso Oltramontano anche se deriva dal Toscano del XII secolo e presenta diversi caratteri distintivi e autonomi; infine il Castellanese ( Parlato a Castelsardo, e come variante a Tergu e Sedini) rappresenta un esempio notevole di koinè che fonde insieme, elementi italoromanzi (Corsi, Toscani) con elementi galloromanzi (Liguri-Genovesi) e Sardi in seguito all'arrivo di genti Corse, Liguri, Toscane e Sarde che hanno costituito il gruppo etnico più variegato della città fondata dai Doria. Anche il dialetto della vicina isola di Capraia, ufficialmente estinto, presentava diversi punti di contatto col Còrso a causa della vicinanza geografica, storica e culturale fra le due isole; è anche la parlata nella zona occidentale dell’Isola d’Elba con caratteri simili , soprattutto nel circondario di Chiessi e Pomonte.

sabato 9 aprile 2016

Sulle tracce del Tram dei Castelli Romani

Dei binari riaffiorano dall’asfalto per poi inabissarsi nella terra, come se fossero le vestigia di una civiltà perduta da secoli, presso Vicolo dell’Acquedotto felice, incrocio tra Via Frascati e Via Tuscolana, zona sud-est di Roma nell’omonimo quartiere.  Si tratta dei binari dell’ormai defunta Tranvia dei Castelli Romani, una delle linee più importanti del Lazio, gestita dalla STEFER per oltre 70 anni. La linea collegava la Stazione Termini a Velletri, Frascati, Albano Laziale e Rocca di Papa, in un tracciato che si diramava in due tronconi proprio nei pressi dell’acquedotto romano, percorrendo ben oltre 70 Km, svolgendo un ruolo fondamentale nel trasporto urbano romano nel settore Appio-Tuscolano e nei centri abitati che allora non erano ancora “città satelliti” della capitale, in quanto la rete stradale faticava ancora ad affermarsi nei Colli Albani. A causa del crescente uso dell’automobile e delle linee bus, su cui l’Atac cominciò a puntare dagli anni ’50, la linea è stata chiusa gradualmente, tratta dopo tratta, fino alla completa dismissione, avvenuta nel 1980, a causa della nuova linea metropolitana di Roma, la Linea A. Una scelta priva di senso, la sovrapposizione con la linea A fu solo una scusa per chiuderla definitivamente, poichè le linee percorrevano delle  direttrici parallele e rischiavano di cannibalizzarsi a vicenda, un errore che si sta ripetendo con la Roma-Giardinetti, ora Termini-Centocelle e che rischia di chiudere definitivamente una linea che quest’anno compie 100 anni, oltre ad essere l’ultimo tranvetto del passato presente a Roma. Ma torniamo a noi.


Il tracciato della tranvia nel 1916, alla sua massima espansione.


L’inaugurazione della linea avvenne nel 1903, col servizio limitato a Via delle Cave, il capolinea era situato a piazza San Giovanni, per poi essere spostato nel 1905 a  via Giovanni Amendola (allora si chiamava via Principe Umberto), di fianco al Museo Nazionale Romano, a pochi metri dalla Stazione Termini. Nel 1906 vennero inaugurate, in nove mesi a partire da Febbraio, le tratte extraurbane, la Roma-Grottaferrata-Frascati,  la Grottaferrata-Genzano di Roma e la diramazione per Valle Oscura con una funicolare usata per poter collegare Rocca di Papa. La linea riscosse un grande successo e alla STEFER decisero di ampliare la  tranvia ad Albano, percorrendo la Via Appia, e prolungando la linea da Genzano a Velletri, cosa che avvenne rispettivamente nel 1912 e nel 1913. Con l'apertura per la diramazione di Lanuvio, avvenuta nel 1916, la rete dei Castelli raggiunse la sua massima estensione. 

Tram a due piano, di tipo “imperiale”.

Gli anni ’30 segnarono l’inizio del declinio della rete tranviaria romana e l’espansione urbana della capitale, ma grazie all’elettrificazione la linea tranviaria sopravvisse, forte del fatto che lungo la Via Appia  e Via Tuscolana Roma iniziò ad espandersi e il tratto urbano della linea cominciò ad assumere una maggiore importanza, tanto che venne raddoppiato il binario tra San Giovanni e Capannelle e venne sostituito il vecchio materiale rotabileper uno più moderno e con una maggiore capienza. A causa della seconda guerra mondiale tra il 1943 e il 1944 il traffico fu sospeso su quasi tutta la rete e la diramazione per Lanuvio venne danneggiata, motivo per cui non venne più ripristinata.
 Negli anni ‘50 il servizio urbano venne potenziato con il raddoppio del binario tra Colli Albani e Cinecittà nel 1953, ma è anche l’inizio del declino del traffico extraurbano, a causa della difficoltà a far convivere la circolazione veicolare nelle strette strade dei paesi dei Castelli. E progetti di modifiche alla rete furono scartati e iniziò l’epoca delle soppressioni. Nel 1954 venne chiuso la tratta Genzano-Velletri, la Grottaferrata-Frascati e la Marino-Albano e nove anni dopo, nel 1963, tocca alla tratta Cinecittà-Grottaferrata-Valle Vergine e Grottaferrata-Marino, seguite dalla funicolare di Rocca di Papa. Nel 1965 venne sopressa la tratta extraurbana tra Roma e Genzano, in contemporeanea al declinio delle tratte urbane: la linea subisce una deviazione dovuta alla costruzione della metropolitana Linea A, il cui percorso ricalca quello della tranvia. 

Capolinea del tram a Cinecittà.
Anche i binari presenti a Piazza Re di Roma e San Giovanni In vengono abbandonati, spostando così il percorso del tram a Via di Santa Croce in Gerusalemme e Via Monza. Cinque anni dopo, nel 1970, la linea venne spostata da via Tuscolana a Viale dei Consoli, a causa dei cantieri a cielo aperto della metropolitana, nonostante ciò la linea giocava ancora un ruolo fondamentale per il collegamento verso Termini, in quanto i lavori della metropolitana si stavano prolungando sempre di più, tanto che la STEFER, si vide costretta ad ampliare il parco rotabile anche con vetture usate. Con la confluenza della STEFER nell'ACOTRAL (Azienda COnsortile TRAsporti Laziali), avvenuta nel 1976, la linea continua ad effettuare il servizio fino al 15 febbraio 1980, data che segna la chiusura della tratta superstite Termini-Cinecittà e l’inaugurazione della nuova linea metropolitana.

L’ultima corsa della tranvia

I binari sono stati in gran parte smantellati, ma ci sono ancora dei tratti superstiti tra Manzoni e San Giovanni utilizzati ancor oggi dalla linea tram 3 e, cosa curiosa, un binario spunta dal nulla a pochi metri dall’Acquedotto Felice, in prossimità dell’incrocio Via Frascati-Via Tuscolana, a testimonianza della presenza della più importante rete tranviaria extraurbana del Lazio, di cui oggi solo le persone più anziane ricordano. Nella stazione della Linea A di Anagnina ci sta esposta la motrice extraurbana STEFER n. 82.


Il binario superstite, presso l’Acquedotto Felice, altezza dell’incrocio tra Via Frascati e Via Tuscolana.

La motrice STEFER n.82 presso la stazione di Anagnia.

La chiusura della linea tranviaria è stata giustificata dal fatto che la linea metropolitana ricalcava il tracciato dello storico tram e quindi le due linee rischiavano di cannibalizzarsi a vicenda. Per allora la scelta di sopprimere la linea dei Castelli Romani poteva avere una logica, in quanto una linea metropolitana è più veloce ed efficente di un tram e trasporta più passeggeri. E Roma era ancora vivibile, libera dal traffico che quotidianamente coinvolge centinaia, se non migliaia, di cittadini che preferiscono usare la macchina, nonostante la presenza della linea metropolitana. Vista con l’ottica attuale, quindi, chiudere la linea tranviaria non ha avuto risultati positivi. Quindi perchè non ripristinare la linea? Magari per qualcuno non avrà senso, giustificando, ancora una volta, che due linee non possono coesistere. È vero, sono due linee molto diverse tra loro, ma è bene ricordare che a Roma ci sono tratti che tram e linea metropolitana condividono senza problemi, tra Colosseo e Piramide (Linea B – Tram 3), quindi la “cannibalizzazione” a vicenda non ha motivo di esistere. E negli ultimi anni la popolazione di Roma è aumentata, entro il 2025 avrà raggiunto i 3 milioni di residenti, e anche le automobili aumenteranno, crisi permettendo, e con esse aumenterà lo smog e il traffico sarà ancora più insostenibile di quanto lo sia oggi. 






Parte del vecchio tracciato da recuperare.

Si potrebbe,quindi, recuperare l’antico tracciato e riportare il tram lungo Via Tuscolana, attestandolo a Cinecittà e, perchè no, ripristinare anche il tracciato dell’Appia antica in direzione di Ciampino, per consentire un collegamento abbastanza rapido con il secondo aeroporto della capitale, poichè il prolungamento della Linea A da Anagnina a Ciampino resta ancora un’ipotesi ventilata dall’ex sindaco Ignazio Marino. In questo modo sarà possibile favorire il trasporto pubblico a discapito di quello privato e annullando così il paradosso dell’automobile, che rischia di ripetersi in una metropoli europea sempre più grande e mal collegata, fanalino di coda nel trasporto pubblico in Europa.   






giovedì 31 marzo 2016

La Cintura Nord di Roma: l’altra grande incompiuta della capitale.

L’anello Ferroviario: la TAV di Roma.

Sono anni che se ne parla, tra ipotesi, progetti e ritardi e finalmente sembra che verrà realizzato una volta per tutte. Grazie al giubileo indetto da Papa Francesco, sarà possibile realizzare l’anello ferroviario di Roma, noto anche come cintura nord, una ferrovia che circonderà il centro storico dell’Urbe passando per le stazioni di San Pietro, Tiburtina Torino di Quinto e Ostiense in un’unica linea ferroviaria circolare. Ma quanto c’è voluto per poter realizzare tale opera? Andiamo ad analizzare tale opera.

La stazione di Pineto

La stazione di Vigna Clara

La stazione Olimpico-Farnesina


I primi progetti risalgono alla fine del 19° secolo, per poi essere realizzata a partire dal 1913 con una diramazione della ferrovia Roma Orte presso la stazione di Nomentana, passando per Ponte Milvio, Prati per poi finire alla stazione di San Pietro. Nonostante fosse stata completata quasi tutta, i lavori vennero interrotti nel 1931 a causa della realizzazione del Foro Italico voluto da Mussolini e dalla modifica del tracciato stesso, lasciando la linea incompleta, che sarà smantellata definitivamente con le Olimpiadi del 1960, dove al suo posto sorse un tratto dell’attuale Tangenziale Est. Il nuovo tracciato prevedeva che la linea partisse dalla stazione Aurelia, per poi attraversare Monte Mario e dalla stazione Torino di Quinto doveva collegarsi alla Stazione di Smistamento tramite un ponte sul Tevere. La realizzazione di tale opera, anche in questa occasione, fu interrotta quando la linea era a un passo dal completamento, stavolta a causa della seconda guerra mondiale. I lavori vennero ripresi nel dopoguerra, per essere definitivamente interrotti negli anni ’50 e i tracciati presenti a Torino di Quinto e Valle dell’Inferno vennero occupati abusivamente, dove sorsero le attuali attività artigianali. In occasione dei mondiali del 1990 in Italia fu realizzata una diramazione che da Valle Aurelia passava attraverso il nuovo ponte della Valle dell’Inferno, attraversava Monte Mario e si attestava poco prima di Torino di Quinto, con le due nuove stazioni di Vigna Clara e Olimpico-Farnesina. Purtroppo l’utilizzo della linea fu molto breve: solo otto giorni, ossia quando c’erano le partite allo Stadio Olimpico. Nell’ottobre del 1990 la linea fu definitivamente chiusa, salvo essere riutilizzata tra il 1997 e il 2000 nel tratto Valle Aurelia-Pineto in attesa della realizzazione dell’attuale tracciato della FR3.


Tracciato della linea


Il secondo tracciato è da sempre oggetto di discussione e al centro di scandali e speculazioni, in quanto ci sarebbero stati comportamenti e manovre illecite per la realizzazione delle due stazioni, accuse mosse dal procuratore Giorgio Castellucci: vennero rinviati a giudizio l'ex direttore generale del Ministero dei Trasporti Ercole Incalza, tre dirigenti generali delle Ferrovie (Arturo Pandolfo, Sandro Cerasoli e Gianfranco Marras), due ingegneri dipendenti dello stesso ente (Gianfranco Tiberi e Luigi Renzi), l'ex capo compartimento delle Ferrovie di Roma (Carlo Ianniello) e l'ingegnere direttore dei lavori Antonio Pacelli. I reati ipotizzati erano abuso d'ufficio e omissione d'atti di ufficio, ma nel 1995 tutti gli imputati sono stati prosciolti in quanto "il fatto non sussite": in parole povere nessuno poteva essere ritenuto colpevole di tale spreco di denaro. Per poter realizzare questa linea temporanea sono stati spesi ben 90 miliardi delle vecchie lire, di cui 45 per le due stazioni. Nel realizzare questa linea però fu ignorato un problema grosso: presso la stazione Olimpico-Farnesina non c’era spazio sufficiente per accogliere i treni provenienti da entrambe le direzioni, rischiavano di incastrarsi. Un lavoro fatto molto male, visto che non c’era denaro sufficiente (i lavori sarebbero costati ben 300 miliardi di lire) nè il tempo sufficiente per allargare la galleria e avere così la stazione pronta ed efficiente in tempo per i mondiali che sarebbero cominciati a breve. Per questo fu deciso di realizzare una banchina unica posta sul secondo binario, rialzata e costruita dai generi dell’esercito italiano. Tale stazione arrivavano circa 60000 persone, mentre a Vigna Clara quasi nessuno, nonostante quest’ultima disponesse di quattro binari di sosta. Le rotaie sono state rimosse, le barriere di protezione sono diventate una tavolozza per i graffiti mentre i tunnel sono divenuti il riparo per i senzatetto. Le stazioni, dopo la chiusura della linea, furono obiettivo di atti vandalici, la stessa stazione di Vigna Clara venne occupata da CasaPound, un partito politico minore di estrema destra. In tutti questi anni, a partire dal 1990, le varie giunte che si sono succedute a Roma hanno più volte promesso, soprattutto in campagna elettorale, di recuperare il tracciato e aprirlo in varie date prestabilite, in particolare quelle di Rutelli, Veltroni ed Alemanno hanno annunciato i migliori proclami e programmi, definendo il completamento dell'opera essenziale, l’ultima prevedeva addirittura il 2010, ossia sei anni fa, durante gli anni della giunta Alemanno, non riuscendo ovviamente a mantenere la parola data. 

Il ponte realizzato a Valle dell'Inferno

Particolare del Ponte: si nota l'assenza dei binari

Uscita della galleria dalla stazione di Vigna Clara

Altro particolare del ponte presso la Valle dell'Inferno.

Il tutto fa di questa linea l’altra grande opera incompiuta di Roma, assieme alla Linea C della metropolitana romana, una sorta di TAV romana: tanti soldi buttati al vento per un’opera che all’apparenza sembra inutile ed è stata usata poco. Eppure tale linea può tornare utile alla città, in quanto permetterebbe il collegamento delle stazioni della parte est della capitale con quelle della parte ovest in un’unica linea ferroviaria a doppio binario, sarebbe possibile alleggerire il carico di passeggeri dei treni e dei mezzi pubblici romani, che il più delle volte sono stracolmi e non possono garantire un servizio efficiente. Grazie al nuovo giubileo e alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024, Reti Ferroviarie Italiane e il Comune di Roma hanno stanziato 150 milioni di euro per recuperare il tracciato è poterlo così completare, realizzando così il ponte e il collegamento con la stazione di Smistamento. All’inizio si ipotizzava di inaugurare (di nuovo) la Cintura Nord per Pasqua di quest’anno (2016) ma molto probabilmente i lavori finiranno,forse, per il 2020. In tutto questo, però, è stata sacrificata la fermata Olimpico-Farnesina, ritenuta non necessaria e quindi destinata alla chiusura definitiva. Si tratterebbe di un grosso errore, lo stadio è l’unica struttura sportiva di una capitale europea sprovvisto di un collegamento ferroviario, fatta eccezione per la linea tram 2, i cui mezzi sono costretti a trasportare oltre 70000 persone dalla fermata della linea A. Visto che in futuro è in studio un possibile prolungamento della Linea C fino allo stadio stesso, se mai Roma dovesse aggiudicarsi le olimpiadi del 2024, l’Anello Ferroviario potrebbe essere una soluzione temporanea al trasporto delle persone, aleggerendo così il carico della linea tram, fino al completamento della linea metropolitana: si potrebbe addirittura realizzare un interscambio Linea C – Anello Ferroviario proprio nei pressi dello stadio, con le due stazioni collegate da un sottopassaggio simile a quello che collega Villa Borghese con la stazione Spagna della Linea A.


La realizzazione dell’Anello Ferroviario è uno dei più grossi problemi di Roma, ma una volta realizzato si potenzierebbe il trasporto su ferro nella capitale, si porterebbe a compimento un’opera che è costata un sacco di soldi e su cui in molti ci hanno speculato sulla sua realizzazione.